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Il brano, almeno per chi ha ascoltato la radio una
volta al giorno durante la scorsa estate, non ha bisogno
di presentazioni. L'interprete, Leda Battisti, forse un
po' dì di più. La località di nascita (Poggio Bustone)
e il cognome, tra l'altro molto comune nel posto, non possono
non far venire in mente il mai troppo compianto Lucio, ma
per ora non è dato sapere se sia o no una parente più o
meno lontana... Il genere di musica che interpreta (almeno a giudicare dal brano in oggetto) è un altro paio di maniche: look solare, arrangiamenti mediterranei, se non proprio etnici. Se sono rose fioriranno... Il brano, che ad un primo ascolto può sembrare molto ricco di strumenti, risulta in realtà quasi "scarno": due chitarre, - di cui una per lo più solista, eseguita da Ottmar Liebert, chitarrista molto noto nel panorama della musica etnica e, in generale, per i flamenco della colonna sonora de "Il Ciclone" - basso e percussioni sono gli strumenti che per la quasi totalità del brano fanno da contrappunto alla voce di Leda. In alcuni punti si percepisce un raddoppio di voce (probabilmente la stessa cantante sovraincisa). La struttura armonica si basa su una unica progressione: FA SOL LAm LAm spezzata soltanto da un ponte, tra la strofa e il ritornello: SIb LAm x3 SIb MI e da una modulazione di +4 semitoni nella parte finale del brano. La pienezza del brano così come lo sentiamo sulle radio è dovuta essenzialmente ad un uso sapiente di riverberi stereofonici, soprattutto per la parte delle percussioni: io ho fatto quel che ho potuto, arricchendo la ritmica con una quasi impercettibile e - soprattutto - inventata parte di basso (ultima traccia) e con un tappeto di sintetizzatori tenuto molto basso, anche questo inesistente nell'originale. La voce solista è stata programmata con un program change "Shakuhachi", strumento etnico orientale che ben si adatta all'atmosfera del brano. |
